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Bambini Fiabe

Il Principe e il Ranocchio

Le Fiabe dei fratelli di Grimm sono davvero molto interessanti, perché, oltre a riportare la tradizione e la cultura popolare delle loro origini e del loro paese, ogni singolo racconto/fiaba da loro raccolto e trascritto, ha sempre, come minimo, una morale, un insegnamento, tanto su cui rifletter; non sono meri racconti; mere fiabe su cui fantasticare. Ho già riportato “Cenerentola”, che vi renderete, spero, ben conto esser moooolto diversa da come ci pare di conoscerla, a causa della trasformazione subita, per averci messo mano Disney. La morale, là, è quella della mamma di Cenerentola che le insegna a esser sempre buona nella vita e quest’insegnamento, permise a Cenerentola di esser ricompensata e, quindi, salvata da una brutta fine, che avrebbe sì rischiato.

In realtà, da ognuna di queste fiabe, ciascuno può cogliere la propria morale, perché ricordatevi sempre che ognuno ha il proprio punto di vista.

Da questo nuovo racconto che vi propongo, quello che io penso è che ogni padre dovrebbe essere come questo re; ciascun padre e genitore in genere dovrebbe insegnare ai propri figli, innanzitutto, a mantenere la propria parola data. E’ fondamentale!!!! Vi immaginate che mondo favoloso sarebbe, se questo insegnamento, quindi apprendimento, prendesse piede??? Ve lo state immaginando questo favoloso mondo pieno di persone che mantengono la parola data???? A me spunta il sorriso 😉

Altro insegnamento: date sempre un’opportunità, un’occasione anche a chi non la dareste mai; uno, perché tutti se la meritano (pensate se foste voi ad aver bisogno di quell’occasione e vi venisse rifiutata? Come vi sentireste?); due, perché potreste esser sorprendentemente ricompensati :-)))))

Buona lettura :-))))))))))))))))))))))))))

Nei tempi antichi, quando desiderare serviva ancora a qualcosa, c’era un re, le cui figlie eran tutte belle, ma la più giovane era così bella che perfino il sole, che pure ha visto tante cose, sempre si meravigliava, quando le brillava in volto. Vicino al castello del re, c’era un gran bosco tenebroso e nel bosco, sotto un vecchio tiglio, c’era una fontana: nelle ore più calde del giorno, la principessina andava nel bosco e sedeva sul ciglio della fresca sorgente e quando si annoiava, prendeva una palla d’oro, la buttava in alto e la ripigliava; questo era il suo gioco preferito.
Ora avvenne un giorno, che la palla d’oro della principessa non ricadde nella manina ch’essa tendeva in alto, ma cadde a terra e rotolò proprio nell’acqua. La principessa la seguì con lo sguardo, ma la palla sparì e la sorgente era profonda, profonda a perdita d’occhio. Allora la principessa cominciò a piangere, pianse sempre più forte e non si poteva proprio consolare. E mentre così piangeva, qualcuno le gridò: – Che hai, principessa? Tu piangi da far pietà ai sassi -. Ella si guardò intorno, per vedere donde venisse la voce e vide un ranocchio, che sporgeva dall’acqua la grossa testa deforme. – Ah, sei tu, vecchio sciaguattone! – disse, – piango per la mia palla d’oro, che m’è caduta nella fonte. – Chetati e non piangere, – rispose il ranocchio, – ci penso io; ma che cosa mi darai, se ti ripesco il tuo balocco? – Quello che vuoi, caro ranocchio, – diss’ella, – i miei vestiti, le mie perle e i miei gioielli, magari la mia corona d’oro -. Il ranocchio rispose: – Le tue vesti, le tue perle, i gioielli e la tua corona d’oro io non li voglio, ma se mi vorrai bene, se potrò esser tuo amico e compagno di giochi, seder con te alla tua tavolina, mangiare dal tuo piattino d’oro, bere dal tuo bicchierino, dormire nel tuo lettino: se mi prometti questo, mi tufferò e ti riporterò la palla d’oro. – Ah sì, – diss’ella, – ti prometto tutto quel che vuoi, purché mi riporti la palla -. Ma pensava:
Ottenuta la promessa, il ranocchio mise la testa sott’acqua, si tuffò e poco dopo tornò remigando alla superficie; aveva in bocca la palla e la buttò sull’erba. La principessa, piena di gioia al vedere il suo bel giocattolo, lo prese e corse via. – Aspetta, aspetta! – gridò il ranocchio: – prendimi con te, io non posso correre come fai tu -. Ma a che gli giovò gracidare con quanto fiato aveva in gola! La principessa non l’ascoltò, corse a casa e ben presto aveva dimenticato la povera bestia, che dovette rituffarsi nella sua fonte.
Il giorno dopo, quando si fu seduta a tavola col re e tutta la sua corte, mentre mangiava dal suo piattino d’oro – plitsch platsch, plitsch platsch – qualcosa salì balzelloni la scala di marmo e quando fu in cima, bussò alla porta e gridò: – Figlia di re, piccina, aprimi! – Ella corse a vedere chi c’era fuori, ma quando aprì, si vide davanti il ranocchio. Allora sbatacchiò precipitosamente la porta e sedette di nuovo a tavola, piena di paura. Il re si accorse che le batteva forte il cuore e disse: – Di che cosa hai paura, bimba mia? Davanti alla porta c’è forse un gigante che vuol rapirti? – Ah no, – rispose ella, – non è un gigante, ma un brutto ranocchio. – Che cosa vuole da te? – Ah, babbo mio, ieri, mentre giocavo nel bosco vicino alla fonte, la mia palla d’oro cadde nell’acqua e perché piangevo tanto, il ranocchio me l’ha ripescata e perché a ogni costo lo volle, gli promisi che sarebbe diventato il mio compagno , ma non avrei mai pensato che potesse uscir da quell’acqua. Adesso è fuori e vuol venire da me -. Intanto, si udì bussare per la seconda volta e gridare:

– Figlia di re, piccina,
aprimi!
Non sai più quel che ieri
m’hai detto
vicino alla fresca fonte?
Figlia di re, piccina,
aprimi!

Allora il re disse: – Quel che hai promesso, devi mantenerlo; va’, dunque, e apri -. Ella andò e aprì la porta; il ranocchio entrò e gridò: – Sollevami fino a te -. La principessa esitò, ma il re le ordinò di farlo. Appena su sulla sedia, il ranocchio volle salire sul tavolo e quando fu sul tavolo, disse: Adesso avvicinami il tuo piattino d’oro, perché mangiamo insieme -. La principessa obbedì, ma si vedeva benissimo che lo faceva controvoglia. Il ranocchio mangiò con appetito, ma a lei quasi ogni boccone rimaneva in gola. Infine, egli disse: – Ho mangiato a sazietà e sono stanco; adesso portami nella tua cameretta e metti in ordine il tuo lettino di seta: andremo a dormire -. La principessa si mise a piangere: aveva paura del freddo ranocchio, che non osava toccare e che ora doveva dormire nel suo bel lettino pulito, ma il re andò in collera e disse: – Non devi disprezzare chi ti ha aiutato nel momento del bisogno -. Allora ella prese la bestia con due dita, la portò di sopra e la mise in un angolo, ma quando fu a letto, il ranocchio venne saltelloni e disse: – Sono stanco, voglio dormire bene come te: tirami su o lo dico a tuo padre -. Allora la principessa andò in collera, lo prese e lo gettò con tutte le sue forze contro la parete: – Adesso starai zitto, brutto ranocchio!
Ma quando cadde a terra, non era più un ranocchio: era un principe dai begli occhi ridenti. Per volere del padre, egli era il suo caro compagno e sposo. Le raccontò che era stato stregato da una cattiva maga e nessuno, all’infuori di lei, avrebbe potuto liberarlo. Il giorno dopo sarebbero andati insieme nel suo regno. Poi si addormentarono. La mattina dopo, quando il sole li svegliò, arrivò una carrozza con otto cavalli bianchi, che avevan pennacchi bianchi sul capo e i finimenti d’oro e dietro, c’era il servo del giovane re, il fedele Enrico. Il fedele Enrico si era così afflitto, quando il suo padrone era stato trasformato in ranocchio, che si era fatto mettere tre ferri di cerchio intorno al cuore, perché non gli scoppiasse dall’angoscia, ma ora la carrozza doveva portare il giovane re nel suo regno; il fedele Enrico vi fece entrare i due giovani, salì dietro ed era pieno di gioia per la liberazione. Quando ebbero fatto un tratto di strada, il principe udì uno schianto, come se dietro a lui qualcosa si fosse rotto. Allora si volse e gridò:

– Rico, qui va in pezzi il cocchio!
– No, padrone, non è il cocchio,
bensì un cerchio del mio cuore,
ch’era immerso in gran dolore,
quando dentro alla fontana
tramutato foste in rana.

Per due volte ancora si udì uno schianto, durante il viaggio e ogni volta il principe pensò che il cocchio andasse in pezzi, invece, erano soltanto i cerchi, che saltavano via dal cuore del fedele Enrico, perché il suo padrone era libero e felice.

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