Fiaba time: “Gatto e topo in società”.. e i “valori”!

VALORI

Un gatto aveva fatto conoscenza con un topo e gli aveva tanto vantato il grande amore e l’amicizia che gli portava, che alla fine il topo acconsentì ad abitare con lui; avrebbero governato insieme la casa.

– Ma per l’inverno dobbiamo provvedere, altrimenti patiremo la fame – disse il gatto – e tu, topolino, non puoi arrischiarti dappertutto, se no finirai col cadermi in trappola. –

Il buon consiglio fu seguito e comprarono un pentolino di strutto, ma non sapevano dove metterlo; finalmente, pensa e ripensa, disse il gatto:

– Non so dove potrebbe essere più al sicuro che in chiesa; là, nessuno osa commettere un furto: lo mettiamo sotto l’altare e non lo tocchiamo prima di averne bisogno. –

Il pentolino fu messo al sicuro, ma il gatto non tardò ad avere voglia di strutto e disse al topo:

– Volevo dirti, topolino, che mia cugina, mi ha pregato di farle da compare: ha partorito un piccolo, bianco con macchie brune, e sbriga da solo le faccende di casa. – Sì sì, – rispose il topo – va’, in nome di Dio; se mangi qualcosa di buono, pensa a me: un gocciolo di quel dolce vino rosso puerperale lo berrei volentieri anche io. –

Ma non c’era niente di vero; il gatto non aveva cugine, né l’avevan richiesto come padrino. Andò dritto in chiesa, si avvicinò quatto quatto al pentolino di strutto, si mise a leccare e leccò via la grassa pellicola, poi se ne andò a spasso per i tetti della città, si guardò attorno e, poi, si stese al sole e si leccava i baffi ogni qualvolta pensava al pentolino. Non ritornò che alla sera.

– Eccoti qua, – disse il topo – hai certo passato una giornata allegra. – E’ andata bene – rispose il gatto. – Che nome hanno messo al piccolo? – domandò il topo – Pellepappata – rispose il gatto secco secco. – Pellepappata! – esclamò il topo: – che nome strampalato! Si usa nella vostra famiglia? – Che c’è di strano? – disse il gatto: – non è peggio di Rubabriciole, come si chiamano i tuoi figliocci.

Poco tempo dopo al gatto tornò la voglia. Disse al topo:

– Devi farmi ancora il piacere di badare alla casa da solo; mi vogliono di nuovo come padrino e siccome il piccolo ha un cerchio bianco intorno al collo, non posso rifiutare. –
Il buon topo acconsentì, ma il gatto girò furtivamente fuori mura fino alla chiesa e si divorò mezzo pentolino .

< > ed era tutto contento della sua giornata. Quando arrivò a casa, il topo domandò:

– E questo piccolo come si chiama? – Mezzopappato – rispose il gatto – Mezzopappato! Che dici! Non ho mai sentito questo nome in vita mia; scommetto che non è neanche sul calendario. –

Ben presto, al gatto tornò l’acquolina in bocca:

– Non c’è due senza tre – disse al topo – devo far di nuovo il padrino; il piccolo è tutto nero e ha solo le zampe bianche, del resto non ha un pelo bianco in tutto il corpo; questo capita solo una volta ogni due anni: mi lasci andare? – Pellepappata! Mezzopappato! – rispose il topo – sono nomi così curiosi che m’impensieriscono. – Tu te ne stai a casa nel tuo giubbone grigio scuro e col tuo lungo codino – disse il gatto – e ti monti la testa: succede così, quando non si esce mai. –

Durante l’assenza del gatto, il topo pulì e mise in ordine la casa, ma quel golosone di un gatto divorò tutto il pentolino di strutto.

< >, disse a sé stesso e tornò a casa soltanto la notte, ben pasciuto. Il topo domandò subito che nome avevan dato al terzo piccino. – Non ti piacerà certo – disse il gatto – si chiama Tuttopappato – Tuttopappato! – esclamò il topo: – E’ il nome più bizzarro che ci sia, non l’ho mai visto scritto. Tuttopappato! Che cosa vorrà dire? – Scosse il capo, si acciambellò e si mise a dormire.

Da allora più nessuno chiese al gatto di far da padrino, ma giunto l’inverno, quando fuori non si trovava più nulla, il topo si ricordò della loro provvista e disse:

– Vieni, gatto, andiamo dove abbiamo messo in serbo il nostro pentolino di grasso, ce la godremo – Certo – rispose il gatto – te la godrai come a mangiare aria fritta – Si misero in cammino e, quando arrivarono, la pentola era ancora al suo posto, ma vuota – ah – disse il topo – ora capisco quel che è successo, ora tutto è chiaro. Sei un bell’amico! Hai divorato tutto, quando hai fatto da compare: prima pellepappata, poi mezzapappata, poi… – Vuoi tacere! – esclamò il gatto: – ancora una parola e ti mangio – Tuttopappato – aveva già sulla lingua il povero topo; come gli uscì di bocca, il gatto fece un salto, l’afferrò e ne fece un boccone.

Vedi, così va il mondo.

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Ciascuno di noi ha una scala di valori. Dentro di noi, accanto ai valori, pasteggiano regole e credenze, in base al nostro vissuto e ai nostri bisogni da soddisfare.

Qui abbiamo un topolino che credeva nell’amicizia e nella fiducia. Tra i suoi valori ai primi posti vi sono l’amicizia e la fiducia. Il suo bisogno era probabilmente quello di trovar sicurezza e avere amore e unione. Bisogni che soddisfava con l’amicizia col gatto, da cui si sentiva protetto e amato.

Sempre qui, abbiamo un gatto tra i cui valori non rientra affatto l’amicizia..o forse vi è, ma collocata tra gli ultimissimi valori, così irrilevante da poter rinnegare tal valore, per cui poteva soprassedere l’amicizia per soddisfare i propri bisogni.

Trovate che l’uno sia il buono e fesso della situazione e l’altro l’egoista e il cattivo di turno? Probabile che la pensiate così. Molto probabile. E’ giusto? Non esiste un giusto e sbagliato universale. Probabilmente per voi è giusto così; ma il mondo si può vivere e guardare sempre da molteplici e infinite prospettive.

Un’altra prospettiva potrebbe esser che topo e gatto sono entrambi nel giusto ed entrambi nel torto. Di fatto, erano entrambi, per sé stessi, nel giusto, perché loro vivevano secondo le loro regole del mondo, per cui per loro era normale e giusto agire come han di fatto agito.

Ha qualcosa da insegnare tutto ciò? Certo che sì! Tutto ha sempre qualcosa da insegnarci..se solo noi vogliamo vedere.

Cos’ha da insegnarci? Che chi ci circonda non è necessariamente giusto o sbagliato, solo perché agisce secondo regole uguali o diverse dalle nostre. Non esiste assolutezza in tutto ciò. Non esistono regole univoche secondo cui A? giusto/sbagliato, se si fa così o così. Esistono le NOSTRE regole, solo che ci convinciamo che queste NOSTRE regole siano regole universali; regole che nella nostra mente sono tali e quali per tutti..ma NON è così! A cosa serve capire questo? Serve per avere gli occhi e il cuore più aperti verso il prossimo, verso chi ci circonda. Serve a capire che, quando qualcuno agisce diversamente da come vorremmo e pensiamo, prima di dargli contro, di rovinare i rapporti e le relazioni, prima di ferire qualcuno, senza spesso aver la possibilità di tornare sui propri passi, dobbiamo fermarci e chiederci secondo quali sue regole del mondo quella persona agisce. Potremmo scoprire un mondo dietro a una così semplice domanda; potremmo, così, vedere le cose e le persone sotto luci ben diverse; potremmo “rischiare” di capirle e di non rovinare rapporti/relazioni che avremmo così compromesso e, soprattutto, potremmo evitare di ferire, talvolta inutilmente, ferire il nostro prossimo…e potremmo avere così una vita migliore..e senza che ve ne accorgiate, avere un mondo migliore.

Adoro le morali proattive 😉 

Il Principe e il Ranocchio

Le Fiabe dei fratelli di Grimm sono davvero molto interessanti, perché, oltre a riportare la tradizione e la cultura popolare delle loro origini e del loro paese, ogni singolo racconto/fiaba da loro raccolto e trascritto, ha sempre, come minimo, una morale, un insegnamento, tanto su cui rifletter; non sono meri racconti; mere fiabe su cui fantasticare. Ho già riportato “Cenerentola”, che vi renderete, spero, ben conto esser moooolto diversa da come ci pare di conoscerla, a causa della trasformazione subita, per averci messo mano Disney. La morale, là, è quella della mamma di Cenerentola che le insegna a esser sempre buona nella vita e quest’insegnamento, permise a Cenerentola di esser ricompensata e, quindi, salvata da una brutta fine, che avrebbe sì rischiato.

In realtà, da ognuna di queste fiabe, ciascuno può cogliere la propria morale, perché ricordatevi sempre che ognuno ha il proprio punto di vista.

Da questo nuovo racconto che vi propongo, quello che io penso è che ogni padre dovrebbe essere come questo re; ciascun padre e genitore in genere dovrebbe insegnare ai propri figli, innanzitutto, a mantenere la propria parola data. E’ fondamentale!!!! Vi immaginate che mondo favoloso sarebbe, se questo insegnamento, quindi apprendimento, prendesse piede??? Ve lo state immaginando questo favoloso mondo pieno di persone che mantengono la parola data???? A me spunta il sorriso 😉

Altro insegnamento: date sempre un’opportunità, un’occasione anche a chi non la dareste mai; uno, perché tutti se la meritano (pensate se foste voi ad aver bisogno di quell’occasione e vi venisse rifiutata? Come vi sentireste?); due, perché potreste esser sorprendentemente ricompensati :-)))))

Buona lettura :-))))))))))))))))))))))))))

Nei tempi antichi, quando desiderare serviva ancora a qualcosa, c’era un re, le cui figlie eran tutte belle, ma la più giovane era così bella che perfino il sole, che pure ha visto tante cose, sempre si meravigliava, quando le brillava in volto. Vicino al castello del re, c’era un gran bosco tenebroso e nel bosco, sotto un vecchio tiglio, c’era una fontana: nelle ore più calde del giorno, la principessina andava nel bosco e sedeva sul ciglio della fresca sorgente e quando si annoiava, prendeva una palla d’oro, la buttava in alto e la ripigliava; questo era il suo gioco preferito.
Ora avvenne un giorno, che la palla d’oro della principessa non ricadde nella manina ch’essa tendeva in alto, ma cadde a terra e rotolò proprio nell’acqua. La principessa la seguì con lo sguardo, ma la palla sparì e la sorgente era profonda, profonda a perdita d’occhio. Allora la principessa cominciò a piangere, pianse sempre più forte e non si poteva proprio consolare. E mentre così piangeva, qualcuno le gridò: – Che hai, principessa? Tu piangi da far pietà ai sassi -. Ella si guardò intorno, per vedere donde venisse la voce e vide un ranocchio, che sporgeva dall’acqua la grossa testa deforme. – Ah, sei tu, vecchio sciaguattone! – disse, – piango per la mia palla d’oro, che m’è caduta nella fonte. – Chetati e non piangere, – rispose il ranocchio, – ci penso io; ma che cosa mi darai, se ti ripesco il tuo balocco? – Quello che vuoi, caro ranocchio, – diss’ella, – i miei vestiti, le mie perle e i miei gioielli, magari la mia corona d’oro -. Il ranocchio rispose: – Le tue vesti, le tue perle, i gioielli e la tua corona d’oro io non li voglio, ma se mi vorrai bene, se potrò esser tuo amico e compagno di giochi, seder con te alla tua tavolina, mangiare dal tuo piattino d’oro, bere dal tuo bicchierino, dormire nel tuo lettino: se mi prometti questo, mi tufferò e ti riporterò la palla d’oro. – Ah sì, – diss’ella, – ti prometto tutto quel che vuoi, purché mi riporti la palla -. Ma pensava:
Ottenuta la promessa, il ranocchio mise la testa sott’acqua, si tuffò e poco dopo tornò remigando alla superficie; aveva in bocca la palla e la buttò sull’erba. La principessa, piena di gioia al vedere il suo bel giocattolo, lo prese e corse via. – Aspetta, aspetta! – gridò il ranocchio: – prendimi con te, io non posso correre come fai tu -. Ma a che gli giovò gracidare con quanto fiato aveva in gola! La principessa non l’ascoltò, corse a casa e ben presto aveva dimenticato la povera bestia, che dovette rituffarsi nella sua fonte.
Il giorno dopo, quando si fu seduta a tavola col re e tutta la sua corte, mentre mangiava dal suo piattino d’oro – plitsch platsch, plitsch platsch – qualcosa salì balzelloni la scala di marmo e quando fu in cima, bussò alla porta e gridò: – Figlia di re, piccina, aprimi! – Ella corse a vedere chi c’era fuori, ma quando aprì, si vide davanti il ranocchio. Allora sbatacchiò precipitosamente la porta e sedette di nuovo a tavola, piena di paura. Il re si accorse che le batteva forte il cuore e disse: – Di che cosa hai paura, bimba mia? Davanti alla porta c’è forse un gigante che vuol rapirti? – Ah no, – rispose ella, – non è un gigante, ma un brutto ranocchio. – Che cosa vuole da te? – Ah, babbo mio, ieri, mentre giocavo nel bosco vicino alla fonte, la mia palla d’oro cadde nell’acqua e perché piangevo tanto, il ranocchio me l’ha ripescata e perché a ogni costo lo volle, gli promisi che sarebbe diventato il mio compagno , ma non avrei mai pensato che potesse uscir da quell’acqua. Adesso è fuori e vuol venire da me -. Intanto, si udì bussare per la seconda volta e gridare:

– Figlia di re, piccina,
aprimi!
Non sai più quel che ieri
m’hai detto
vicino alla fresca fonte?
Figlia di re, piccina,
aprimi!

Allora il re disse: – Quel che hai promesso, devi mantenerlo; va’, dunque, e apri -. Ella andò e aprì la porta; il ranocchio entrò e gridò: – Sollevami fino a te -. La principessa esitò, ma il re le ordinò di farlo. Appena su sulla sedia, il ranocchio volle salire sul tavolo e quando fu sul tavolo, disse: Adesso avvicinami il tuo piattino d’oro, perché mangiamo insieme -. La principessa obbedì, ma si vedeva benissimo che lo faceva controvoglia. Il ranocchio mangiò con appetito, ma a lei quasi ogni boccone rimaneva in gola. Infine, egli disse: – Ho mangiato a sazietà e sono stanco; adesso portami nella tua cameretta e metti in ordine il tuo lettino di seta: andremo a dormire -. La principessa si mise a piangere: aveva paura del freddo ranocchio, che non osava toccare e che ora doveva dormire nel suo bel lettino pulito, ma il re andò in collera e disse: – Non devi disprezzare chi ti ha aiutato nel momento del bisogno -. Allora ella prese la bestia con due dita, la portò di sopra e la mise in un angolo, ma quando fu a letto, il ranocchio venne saltelloni e disse: – Sono stanco, voglio dormire bene come te: tirami su o lo dico a tuo padre -. Allora la principessa andò in collera, lo prese e lo gettò con tutte le sue forze contro la parete: – Adesso starai zitto, brutto ranocchio!
Ma quando cadde a terra, non era più un ranocchio: era un principe dai begli occhi ridenti. Per volere del padre, egli era il suo caro compagno e sposo. Le raccontò che era stato stregato da una cattiva maga e nessuno, all’infuori di lei, avrebbe potuto liberarlo. Il giorno dopo sarebbero andati insieme nel suo regno. Poi si addormentarono. La mattina dopo, quando il sole li svegliò, arrivò una carrozza con otto cavalli bianchi, che avevan pennacchi bianchi sul capo e i finimenti d’oro e dietro, c’era il servo del giovane re, il fedele Enrico. Il fedele Enrico si era così afflitto, quando il suo padrone era stato trasformato in ranocchio, che si era fatto mettere tre ferri di cerchio intorno al cuore, perché non gli scoppiasse dall’angoscia, ma ora la carrozza doveva portare il giovane re nel suo regno; il fedele Enrico vi fece entrare i due giovani, salì dietro ed era pieno di gioia per la liberazione. Quando ebbero fatto un tratto di strada, il principe udì uno schianto, come se dietro a lui qualcosa si fosse rotto. Allora si volse e gridò:

– Rico, qui va in pezzi il cocchio!
– No, padrone, non è il cocchio,
bensì un cerchio del mio cuore,
ch’era immerso in gran dolore,
quando dentro alla fontana
tramutato foste in rana.

Per due volte ancora si udì uno schianto, durante il viaggio e ogni volta il principe pensò che il cocchio andasse in pezzi, invece, erano soltanto i cerchi, che saltavano via dal cuore del fedele Enrico, perché il suo padrone era libero e felice.

Cenerentola

La moglie di un ricco si ammalò e quando sentì avvicinarsi la fine, chiamò al capezzale la sua unica figlioletta e le disse: – Bimba mia, sii sempre docile e buona, così il buon Dio ti aiuterà e io ti guarderà dal Cielo e ti sarà vicina -. Poi chiuse gli occhi e morì. La fanciulla andava ogni giorno sulla tomba della madre, piangeva ed era sempre docile e buona. Quando venne l’inverno, la neve coprì la tomba di un suo bianco drappo e quando il sole di primavera l’ebbe tolto, l’uomo prese moglie di nuovo.

La donna aveva portato in casa due figlie, belle e bianche di viso, ma brutte e nere di cuore. Cominciarono tristi giorni per la povera figliastra. – Quella stupida oca, – esse dicevano, – dovrebbe stare in salotto con noi? Chi mangia il pane deve guadagnarselo: fuori, sguattera! – Le tolsero i suoi bei vestiti, le fecero indossare una vecchia palandrana grigia e le diedero un paio di zoccoli. – Guardate la principessa, com’è agghindata! – esclamarono ridendo e la condussero in cucina. Là dovette sgobbare da mane a sera, alzarsi prima di giorno, portar l’acqua, accendere il fuoco, cucinare e lavare. Per giunta le sorelle gliene facevano di tutti i colori, la schernivano e le versavano ceci e lenticchie nella cenere, sicché doveva raccoglierli uno a uno. La sera, dopo tante fatiche, non andava a letto, ma si coricava nella cenere, accanto al focolare e siccome era sempre sporca e impolverata, la chiamavano Cenerentola.

Una volta il padre, prima di andare alla fiera, chiese alle due figliastre che cosa dovesse portare loro. – Bei vestiti, – disse la prima. – Perle e gemme, – disse la seconda. – E tu, Cenerentola, – egli chiese, – che vuoi? – Babbo, il primo rametto che vi urta il cappello sulla via del ritorno, coglietelo per me -. Or egli comprò bei vestiti, perle e gemme per le due figliastre; e sulla via del ritorno, mentre cavalcava per un verde boschetto, un ramo di nocciolo lo sfiorò e gli fece cadere il cappello. Allora egli colse il rametto e se lo portò via. Giunto a casa, diede alle figliastre quel che avevano desiderato e il ramo di nocciolo a Cenerentola. Cenerentola lo ringraziò, andò sulla tomba della madre, piantò il rametto e pianse tanto che le lagrime vi caddero sopra e l’annaffiarono. Il ramo crebbe e divenne una bella pianta. Cenerentola ci andava tre volte al giorno, piangeva e pregava e ogni volta si posava sulla pianta un uccellino bianco, che, se ella esprimeva un desiderio, le gettava quel che aveva desiderato.

Ora avvenne che il re diede una festa che doveva durare tre giorni e invitò tutte le belle ragazze del paese, perché suo figlio potesse scegliersi la sposa. Le due sorellastre, quando seppero che dovevano parteciparvi anche loro, tutte contente chiamarono Cenerentola e dissero: – Pettinaci, spazzola le scarpe e assicura le fibbie: andiamo a nozze al castello del re -. Tu, Cenerentola, – esclamò quella, – sei così sporca e impolverata e vuoi andare a nozze? Non hai vestiti né scarpe e vuoi danzare? – Ma Cenerentola insisteva e la matrigna finì col dirle: – Ti ho versato nella cenere un piatto di lenticchie; se in due ore le sceglierai tutte, andrai anche tu – La fanciulla andò nell’orto, dietro casa e chiamò: – Colombelle mie e voi, uccellini tutti del cielo, venite e aiutatemi a scegliere le lenticchie,
le buone nel pentolino
le cattive nel gozzino.

Allora dalla finestra di cucina entrarono due colombe bianche e poi le tortorelle e infine, frullando e svolazzando, entrarono tutti gli uccellini del cielo e si posarono intorno alla cenere. E le colombelle accennarono di sì con le testine e ci si misero, pic, pic, pic, pic e allora ci si misero anche gli altri, pic, pic, pic, pic e raccolsero tutti i grani buoni nel piatto. Non passò un’ora che avevan già finito e volarono tutti via. Allora la fanciulla, tutta contenta, portò il piatto alla matrigna e credeva di poter andare a nozze anche lei, ma la matrigna disse: – No, Cenerentola; non hai vestiti e non sai ballare, saresti soltanto derisa -. Ma Cenerentola si mise a piangere e quella disse: – Se in un’ora riesci a raccogliere dalla cenere e scegliere due piatti pieni di lenticchie, verrai anche tu -. E pensava: Non ci riuscirò mai. Quando la matrigna ebbe versato i due piatti di lenticchie nella cenere , la fanciulla andò nell’orto dietro casa e gridò: – Colombelle mie e voi, tortorelle e voi, uccellini tutti del cielo, venite e aiutatemi a scegliere,

le buone nel pentolino
le cattive nel gozzino.

Allora entrarono dalla finestra di cucina due colombelle bianche e poi le tortorelle e infine , frullando e svolazzando, tutti gli uccellini del cielo e si posarono intorno alla cenere. E le colombelle accennarono di sì con le testine e ci si misero, pic, pic, pic, pic e allora ci si misero anche gli altri, pic, pic, pic, pic e raccolsero tutti i grani buoni nei piatti. E non passò mezz’ora che avevan già finito e volarono via. Allora la fanciulla, tutta contenta, portò i piatti alla matrigna e credeva di poter andare a nozze anche lei, ma la matrigna disse: – E’ inutile: tu non vieni, perché non hai vestiti e non sai ballare; dovremmo vergognarci di te -. Le voltò le spalle e se ne andò in fretta con quelle due figlie boriose.

Rimasta sola, Cenerentola andò sulla tomba della madre e gridò:

– Piantina, scuotiti, scrollati,
d’oro e d’argento coprimi.

Allora l’uccello le gettò un abito d’oro e d’argento e scarpette trapunte d’argento e di seta. In fretta in fretta, ella indossò l’abito e andò a nozze, ma le sorelle e la matrigna non la riconobbero e credevano fosse una principessa sconosciuta, tant’era bella nell’abito d’oro. A Cenerentola non pensarono affatto e credevano se ne stesse a casa nel sudiciume a raccogliere lenticchie dalla cenere. Il principe le venne incontro, la prese per mano e ballò con lei. E non volle ballare con nessun’altra; non le lasciò mai la mano e se un altro la invitava, diceva: – E’ la mia ballerina.

Cenerentola danzò fino a sera, poi volle andare a casa, ma il principe disse: – Vengo ad accompagnarti, – perché voleva vedere da dove venisse la bella fanciulla, ma ella gli scappò e balzò nella colombaia. Il principe aspettò che tornasse il padre e gli disse che la fanciulla sconosciuta era saltata nella colombaia. Il vecchio pensò: Che sia Cenerentola? E si fece portare un’accetta e un piccone per buttar già la colombaia; ma dentro non c’era nessuno e quando tornarono a casa, Cenerentola giaceva sulla cenere nelle sue vesti sporche e un lumino a olio ardeva a stento nel focolare: da un’apertura posteriore ella era saltata prontamente fuor dalla colombaia ed era corsa sotto il nocciolo; là si era tolta le belle vesti e le aveva deposte sulla tomba e l’uccello le aveva riprese; ed ella, nella sua palandrana grigia, si era stesa sulla cenere, in cucina.

Il giorno dopo, quando ricominciò la festa e i genitori e le sorellastre eran di nuovo usciti, Cenerentola andò sotto il nocciolo e gridò:

– Piantina, scuotiti, scrollati,
d’oro e d’argento coprimi.

Allora l’uccello le gettò un abito ancor più superbo del primo e quando, così abbigliata, comparve a nozze, tutti  si meravigliarono della sua bellezza, ma il principe l’aveva aspettata, la prese per mano e ballò soltanto con lei. Quando la invitavano gli altri, diceva: – Questa è la mia ballerina -. La sera ella se ne andò e il principe la seguì per veder dove entrasse; ma ella fuggì d’un balzo nell’orto dietro casa. Là c’era un bell’albero alto da cui pendevano magnifiche pere; ella si arrampicò fra i rami svelta come uno scoiattolo e il padre gli disse: – La fanciulla forestiera mi è scappata e credo si sia arrampicata sul pero -. Il padre pensò: Che sia Cenerentola?. Si fece portar l’ascia e abbatté l’albero, ma sopra non c’era nessuno e quando entrarono in cucina, Cenerentola giaceva sulla cenere come al solito: era saltata già dall’altra parte dell’albero, aveva riportato le belle vesti all’uccello sul nocciolo e indossato la sua palandrana grigia.

Il terzo giorno, quando i genitori e le sorelle se ne furono andati, Cenerentola tornò sulla tomba di sua madre e disse alla pianticella:

– Piantina, scuotiti, scrollati,
d’oro e d’argento coprimi.

E l’uccello le gettò un abito sfarzoso e rilucente come non ne aveva ancora avuti e le scarpette eran tutte d’oro. Quando ella comparve a nozze con quell’abito, non ebbero più parole per la meraviglia. Il principe ballò soltanto con lei e se qualcuno la invitava, egli diceva: – Questa è la mia ballerina.

Quando fu sera, Cenerentola se ne andò e il principe volle accompagnarla, ma ella fuggì via così rapida che non riuscì a seguirla, ma il principe era rincorso a un’astuzia e aveva fatto spalmare tutta la scala di pece: quando la fanciulla corse via, la sua scarpetta sinistra vi rimase appiccicata. Il principe la raccolse: era piccola, elegante e tutta d’oro. La mattina dopo andò dal padre di Cenerentola e disse: – Sarà mia sposa soltanto colei che potrà calzare questa scarpa d’oro -. Allora le due sorelle si rallegrarono, perché avevano un bel piedino. La maggiore andò con la scarpa in camera sua e volle provarla davanti a sua madre, ma il dito grosso non entrava e la scarpa era troppo piccolina: allora la madre le porse un coltello e disse: – Tagliati il dito: quando sei regina, non hai più bisogno di andare a piedi -. La fanciulla si mozzò il dito, serrò il piede nella scarpa, contenne il dolore e andò dal principe. Egli la mise sul cavallo come sua sposa e partì con lei, ma dovevano passare davanti alla tomba; due colombelle, posate sul cespuglio di nocciolo, gridarono:

– Volgiti, volgiti, guarda:
c’è sangue nella scarpa.
Strettina è la scarpetta.
La vera sposa è ancor nella casetta.

Allora egli le guardò il piede e ne vide sgorgare il sangue. Voltò il cavallo, riportò a casa la falsa fidanzata, disse che non era quella vera e che l’altra sorella provasse a infilare la scarpa. Essa andò nella sua camera e riuscì facilmente a infilare le dita, ma il calcagno era troppo grosso. Allora la madre le porse un coltello e disse: -Tagliati un pezzo di calcagno; quando sei regina, non hai bisogno di andare a piedi -. La fanciulla si tagliò un pezzo di calcagno, serrò il piede nella scarpa, contenne il dolore e andò dal principe e questi la mise sul cavallo come sposa e andò via con lei. Quando passarono accanto al nocciolo, le due colombelle gridarono:

– Volgiti, volgiti, guarda:
c’è sangue nella scarpa.
Strettina è la scarpetta.
La vera sposa è ancor nella casetta.

Egli le guardò il piede e vide il sangue che sgorgava dalla scarpa, sprizzando purpureo sulle calze bianche. Allora voltò il cavallo e riportò a casa la falsa fidanzata. – Neppur questa è la vera, – disse, – non avete altre figlie? -No, – disse l’uomo, – c’è soltanto una piccola Cenerentola tristanzuola, della moglie che mi è morta: è impossibile che sia la sposa -. Il principe gli disse di mandarla a prendere, ma la matrigna rispose: – Ah no, è troppo sporca, non può farsi vedere -. Ma egli lo volle assolutamente e dovettero chiamar Cenerentola. Ella prima si lavò ben bene le mani e il volto, poi andò a inchinarsi davanti al principe, che le porse la scarpa d’oro. Allora ella si mise a sedere sullo sgabello, tolse il piede dal pesante zoccolo e l’infilò nella scarpetta: le stava a pennello e quando si alzò e il re la guardò in viso, egli riconobbe la bella fanciulla con cui aveva danzato e gridò: – Questa è la vera sposa! – La matrigna e le due sorellastre si spaventarono e impallidirono dall’ira, ma egli mise Cenerentola sul cavallo e se ne andò con lei. Quando passarono accanto al nocciolo, le due colombelle bianche gridarono:

– Volgiti, volgiti, guarda:
non c’è sangue nella scarpa,
che non è troppo piccina.
Porti a casa la vera sposina.

E poi scesero a volo, si posarono sulle spalle di Cenerentola e là rimasero, l’una a destra, l’altra a sinistra.

Quando stavano per esser celebrate le nozze, arrivarono le sorellastre, che volevano ingraziarsi Cenerentola e partecipare alla sua fortuna e, mentre gli sposi andavano in chiesa, la maggiore era a destra, la minore a sinistra di Cenerentola e le colombe cavarono un occhio a ciascuna. Poi, all’uscita, la maggiore era a sinistra, la minore a destra e le colombe cavarono a ciascuna l’altro occhio. Così furono punite con la cecità di tutta la vita, perché erano state false e malvagie.

Non è magia, se non c’è fantasia…cominciamo con una fiaba?

E’ Natale e i primi a sognare sono quelle splendide creature, i bambini.

A loro, MAI vanno tolti i loro più grandi doni: ingenuità, spontaneità, genuinità, stupore…fantasia e magia.

Io, come loro, amo racconti, storie, aneddoti, favole e fiabe, ma molte di quelle con cui siamo un po’ tutti cresciuti, sono state manipolate da quel che c’è di più basso su questo fronte: la commercializzazione e il marketing. Com’è anche avvenuto per IL REGALO, che è spesso divenuto un dovere fare, perché l’evento o l’occasione lo richiede..tutto così banalmente commerciale.
Così le più belle favole e fiabe sono state a mio dire rovinate..ecco perché, dopo tanto tempo in cui desideravo avere i testi originali delle fiabe dei fratelli Grimm, dopo che mi son state regalate oltre un anno fa da una delle persone a cui voglio un bene speciale e dopo averne finalmente intrapresa la lettura, per quanto non certa che siano davvero, poi, i testi originali, vorrei condividerli, sperando che qualcuno li voglia, poi, leggere a tanti piccoli e grandi bimbi.

Quale occasione migliore, OGGI, Natale, per iniziare?

:-)))))))))))))))))))))))))

AUGURIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIII